È ancora dallo straordinario e, oramai, introvabile libro di Gio.Bono Ferrari L’epoca eroica della vela – capitani e bastimenti di Genova e della Riviera di ponente nel secolo XIX scritto nel 1941, che estrapoliamo dal capitolo riguardante Albisola, le narrazioni e notizie raccolte dall’autore sull’arte della ceramica. Chiaramente raccontate con lo stile di quell’epoca.

Abbiamo suddiviso l’industria ceramica dalle grandi imprese dell’Albisola marinara (che troverete sempre su questo sito) per un maggior gradimento di chi si appresta a leggere.

L’epoca eroica della vela e le ceramiche di Albisola

“Io insegnai l’arte della ceramica
Ai Maestri vasai di Provenza. E
Le mie terrecotte stemmate var-
cavano già, nel secolo XVI, i
Mari e gli oceani.”

Per gli uomini di questa terra il mare fu sempre, in ogni tempo e ora, ragione di lavoro e di vita. Perché l’industria delle ceramiche e stoviglie, che diede pane e benessere economico a tante generazioni di albisolesi, non avrebbe potuto sussistere senza il mare dal quale arrivavano continuamente le tozze barche cariche del caolino di Varigotti e di quello che era chiamato “terra di Francia”. Da quel nostro mare dal quale ripartivano altre barche cariche di quelle terraglie di Albisola così ricercate in Corsica, in Sardegna e lungo la costa italica, da Porto Maurizio a Civitavecchia.

Non aveva un vero porto Abisola. Ma bensì un capace scalo d’alaggio, che si trovava alla sinistra della sponda del torrente detto dei “Bruccati”, su uno spiazzo quasi a lato dell’antica Piazza Colombo, che allora chiamavasi Piazza dei Leudi.

L’alaggio era munito di argani e di verricelli di forza sufficiente per trarre a terra i velieri sia stranieri che albisolesi. I quali ultimi furono un tempo assai numerosi. Al tempo in cui le patriarcali ferriere di Sassello e di Pontinvrea erano in auge, il minerale per dette industrie veniva portato dall’isola D’Elba ad Albisola a mezzo di velieri albisolesi. Era, per quei tempi, un traffico assai importante e redditizio. Il minerale lo si trasportava alle fonderie a mezzo di lunghe teorie di muli che al ritorno riportavano ferro lavorato da caricarsi su altri velieri di Albisola.

All’epoca poi delle grandi costruzioni veliche Albisola beneficiò anche del commercio dei legnami che si ricavavano dagli alti boschi appenninici. I grandi magazzeni di raccolta di questo legname da costruzione si trovavano situati lungo la via che anticamente si chiamò Strada del Teatro. Ed erano ancora barche di Albisola che trasportavano il legname ai cantieri di Loano, Varazze e Sestri Ponente.
L’arte figulina, che diede sempre lavoro ai velieri di Albisola è tanto antica che le vecchie cronache vogliono che Publio Elvio Pertinace, che fu Imperatore Romano, abbia avuto in gioventù “fondaco da stoviglie” in Albisola. L’antica arte fu poi affinata dai Benedettini nei secoli più oscuri dell’età di mezzo.

Del secolo XV esistono ancora ad Albisola, nell’Ospedale e nella Chiesa alla marina, due rarissimi esemplari di nobile maiolica. Il primo è composto di sessanta quadrelli con scene della Vergine, il Pargoletto e San Giovanni Battista. La firma dell’artista di quei tempi è ancora assai leggibile: Giovanni Jacopo Sciarama fece 1554 addì 28 agosto.

Quello della Chiesa parrocchiale è composto di quarantotto quadrelli e rappresenta un bellissimo presepio. Porta la leggenda: “Fatto ad Albisola nel 1576 da Agostino Salomone e Gerolamo l’Urbinate lo dipinse”.
Tanto lo Sciarama che il Salomone furono capi-stipite di generazioni che per ben cinque secoli si dedicarono alla ceramica.

Nel 1700 emersero i fratelli Angelo e Giuseppe Gualtieri. Nella fattura e decorazione dei ninnoli di maiolica, appellati allora “polselletti”, furono rinomati vari uomini del casato Muraglia.
Certe maioliche antiche e di pregio portano le marche dei casati Siccardi, Bellotto e Pescetto. Anche Bartolomeo Seirullo produsse ceramiche assai pregiate. Sono pezzi da museo certi suoi piatti adorni di artistici stemmi gentilizii. E degli eleganti vasi illegiadriti da ghirlande di fiori.

Un altro Seirullo ha il vanto di avere inventato, ai primordi del secolo XIX, la vernice nera che accrebbe pregio e vanto alle stoviglie casalinghe di modesto prezzo.
Verso il 1847 Gian Battista Siccardi, animo d’artista, iniziò la fabbricazione di vasi decorati di fiori e assai bene colorati. Produsse inoltre delle statue e dei grandi vasi da giardino, ricchi di fregi. (Molti di questi esemplari si trovano ancor oggi sparsi nelle ville padronali delle due Riviere.

Notevoli le statue d’una villa di Sori ed i vasi della villa Badaracco di Recco).

Questo buon Siccardi – ce lo assicurò un venerando Sacerdote della Chiesa della Concordia – fu colui che, alquanto deriso dagli altri fabbricanti, iniziò la fabbricazione di quelle pentole da pochi soldi che noi liguri appelliamo “pignatte”.

Fu deriso il modesto Siccardi. A tal segno che avvilitosi se ne partì per l’America ove impiantò la sua industria. Che non poté fiorire come meritava perché dopo poco lo colse la morte. Ma il buon seme che egli aveva gettato germogliò e fiorì in seguito, tanto che una diecina d’anni dopo Albisola contava, verso il 1880, ben ventidue fabbriche di pentole ed altri recipienti da cucina!

In questa nuova industria delle pentole da poco prezzo emerse, fra gli altri, il sig. Luigi Schiappapietra. Degna di menzione è anche la fabbrica di maiolica e di tondi bianchi riattivata verso il 1860.
Da questa fabbrica uscirono gli artistici dipinti decorativi di Giuseppe Astengo, vero artista delle maioliche chiamate di Savona.

E degno di ricordo è anche un Giuseppe Schiappapietra fu Gio. Batta, che studiandosi di eliminare il pericolo rappresentato dai vecchi forni, ove si cuoceva il piombo per la vernice delle stoviglie, impiantò in Albisola, verso il 1884, una fabbrica a vapore per la cottura e macinazione del piombo e di altri minerali necessari per la composizione della vernice da stoviglie.

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