La storia di Varazze è ricca di aneddoti riguardo mare e imbarcazioni. Essendo, già ai tempi romani, uno dei cantieri navali più importanti di tutto il Mediterraneo, la storia stessa del centro è legata in maniera viscerale al mare che lo bagna.

In questo breve articolo abbiamo raccolto solo una parte dei racconti marinari su Varazze contenuti nel libro L’epoca eroica della vela – capitani e bastimenti di Genova e della Riviera di ponente nel secolo XIX scritto da Gio. Bono Ferrari, 1941 Rapallo – Arti Grafiche Tigullio.

“Io sono la patria di Jacopo da Varagine, il Santo della Leggenda aurea e di Lanzerotto Malocello, l’audace navigatore del 1300, e sono l’HASTA AD NAVALIA, la città dei navali”

Cosi inizia il capitolo del già citato libro, paragrafo riguardante la città di Varazze che, a malincuore, dovremo dividere e, in alcuni periodi, sintetizzare per ragioni di spazio. Cercheremo comunque di non profanare eccessivamente i racconti e gli aneddoti, trascrivendoli il più integralmente possibile, anche con le eventuali distorsioni, ripetizioni o ricami, tipici dell’epoca, che possono sembrare errori, ma che nel loro contesto, sono poesia…

Le storie marinare di Varazze

Varazze fu, veramente, una delle principali benemerite, anzi la principale benemerita della ascesa velica e armatoriale di Liguria. E d’Italia.

Perché fu essa, con i suoi dodici costruttori navali di prima classe e otto di seconda classe, con le sue impareggiabili maestranze , con i suoi tanti cantieri e con il suo adeguato arenile, quella che diede le navi per gli osamenti armatoriali dei navigatori di Liguria.

Per poter proclamare davanti agli stranieri, documentandolo, “che i più grandi siamo stati noi” e che la nobile e tenace Varazze, soltanto in 65 anni , cioè dal 1800 al 1865, seppe dare agli armatori di Liguria ben 1680 navi e più di duemila legni da cabotaggio, bisogna fare un passo indietro anche per offrire agli stessi stranieri la spiegazione e genesi di questa sua formidabile attività costruttiva.

Varazze adunque poté costruire quel tanto naviglio per due principali ragioni:

Perché ebbe, da secoli, delle impareggiabili maestranze e perché fu la patria di costruttori “nati” diretti discendenti di quegli uomini che già venti secoli fa erano fabbricanti di navi sull’arenile di Varazze. Il distintivo della stessa città, L'”Hasta ad Navalia” informi.

Documenti alla mano, furono uomini di Varazze quelli che costruirono a Varazze, per i romani, al tempo delle lotte fra Ottaviano e Marcantonio, i “vascelloni”, le barche “corazzate di ferro”, le navi cosidette a ruote o “razzuoli”, le “galee speronate” di bronzo. Fu ancora e soltanto Varazze quella che nel medioevo seppe costruire navi per noi, per la Spagna e per l’allora nascente marina costiera francese.

E fu precisamente a Varazze che si costruirono le navi (vedasi contratto di Guglielmo Calcagno del 1246) per la seconda crociata indetta dal nobilissimo San Luigi Re di Francia.

E furono i marinai di Varazze quelli che condussero i bastimenti nuovi ad Aigues-Mort, per la spedizione contro Cartagine del 1269.

E fu Varazze quella che inventò e costruì le prime navi corazzate. Una delle più grosse e più ricordate fu la “Santa Anna” che era tutta blindata con spessi lastroni di piombo, resistenti a prova di palla. Aveva un equipaggio di 350 marinai genovesi, possedeva quattro ponti coperti, con varie “carronate per i cannoni”, sale sontuose decorate con sculture in legno e possedeva persino il forno per cuocere ogni giorno il pane.

Le allora “infantili” marinerie europee stupirono davanti a questa geniale creazione dei varazzini. Fu comandata da Andrea Doria nella campagna contro Tunisi. E fu forse questa corazzata, inventata dagli uomini di Varazze e la prima che solcasse i mari, quella che decise della caduta della piazzaforte dei pirati barbareschi.

Presso a poco a quell’epoca l’Inghilterra, che per le cose del mare dipendeva assolutamente da navigatori veneziani e genovesi, ordinava a Varazze, per il tramite del nostro glorioso Banco di San Giorgio. La sua prima vera nave da guerra, che fu costruita alle foci del Teiro, si chiamò la “Grand Henry” e fu pagata dagli inglesi 15.000 sterline oro.

Nel secolo XVI Varazze seguitò a costruire. E, se richiesta, mandò sempre, nobilmente, i suoi figli ad insegnare, diciamo insegnare, l’arte del buon costruire navale a maestranze francesi, inglesi ed olandesi.

All’assedio della Rochelle, nei lavori di approccio, vi lavorarono gli “idraulici” italiani e dei mastri des marines di Varazze. Nei nascenti cantieri di Biscaglia vi furono, come maestri e direttori, dei Calcagno, dei Craviotto, dei Cerutti e dei Vallino.

Il grande e lungimirante primo ministro Colbert, quando ottenne che due maestri zoagliesi si recassero a Lione per insegnare ai francesi l’arte ed i segreti della fabbricazione dei velluti, fece anche ponti d’oro a vari varazzini acciocchè fondassero cantieri a Bordeaux e all’Havre (archivio di Genova).

Nei secoli XVI e XVII Varazze costruì il naviglio atto ai nuovi tempi: galeoni commerciali, navi da due ponti, galeazze, sciabecchi, pinchi e bombarde. Per la Francia napoleonica Varazze varò delle fregate e le prime polacche.

Poi, poi fu la nuova rinascita italica. E Varazze, la città dei navali, la patria e culla dei benemeriti cantieri, coprì i mari, tutti i mari del mondo, con i suoi bastimenti, sulla murata dei quali i vecchi costruttori incidevano, come un vezzo o come un marchio di impareggiabile costruzione navale, la parola “Varagine”. L’antica e nobile parola che voleva anche dire: sapere “varare”.

La Varazze d’oggi, così simpaticamente apprezzata dai lombardi e dai piemontesi, che ivi affluiscono numerosi nella stagione estiva, non lasciò morire del tutto, come invece avvenne a Recco, Rapallo, Lavagna e Lerici, i suoi antichi cantieri navali.

No. I vecchi mastri d’ascia, già così nomati per la costruzione di grandi navi, visto che le vele morivano, si dedicarono alla costruzione di delicati velieri da corsa. Geniali ed ardite concezioni nautiche realizzate in legno di cedro, in mogano e in altri legnami di pregio.

Delicati e sottili fasciami che da soli dicono la valentìa delle maestranze.

E così degli scafi agili e velocissimi partono da Varazze, ogni anno, acquistati e contesi dai ricchi armatori stranieri. Centinaia di operai, nipoti degli antichi rinomati maestri di cartabono, sono oggi addetti a tali costruzioni.

I fratelli Baglietto, che in questa nuova industria veramente emergono, hanno trasfuso in queste aristocratiche costruzioni tutta la creatrice passione dei vecchi maestri del naviglio di grossa portata. E altri costruttori più piccoli, ma di vaglia, li assecondano.

Questi hanno nome: Pietro Ghigliotti, Otonello Giacomo, Fazio Gio Batta, Colombo Bartolomeo, Parodi, Oderigo Luigi.

E così mercè l’opera paziente e tenace di tutti questi costruttori la città che fu tanto benemerita della vela, la Varazze d’oggi, quella del secolo XX, seguita ad avere l’indiscusso diritto di proclamarsi, ora e sempre, l’ “Hasta ad Navalia”, la città dei navali.

Varazze vantò anche, nei secoli andati, delle splendide figure di uomini di mare.

Si ricordano: Lo scopritore Lanzerotto Malocello; Guglielmo Solaro, comandante di galere a Scio; lo ammiraglio Orlando Aschero, che vinse i pisani due volte, nel 1284 e nel 1287; Antonio di Gioacchino Salvo, battagliero conduttor di galee contro i barbareschi; Clemente Bartolomeo Fazio, liberatore di Papa Urbano IV pericolante in Nocera; Luchino di Raffaele Fazio, commissario dell’armata genovese che al comando di Biagio Asseretovinse due Re alla battaglia di Ponza(1435);

Guglielmo di Oberto, che comandò le galee genovesi sulla costa d’Africa; l’ammiraglio Leonardo Saviglione. E quella stupenda figura di Gian Tomaso Morchio, ambasciatore a Carlo V, Console di Genova in Oriente, e ammiraglio di quella flotta di nostra gente, che seppe vincere coloro che dalla Sicilia a da Malta insidiavano ilnostro commercio marittimo, distruggendo, verso il 1372, la possanza terriera e marinara dei baroni siciliani di Partanna, ed espugnando Malta dalla quale trasse prigione a Genova quell’Jacopo da Passano che tanto danno aveva recato al naviglio mercantile della Dominante.

E ancora i grandi navigatori Melchiorre Testa, Nicolò da Camogli, Giovanni Delfino, un altro da Camogli e Battista Delfino.

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