Come tutti gli altri paesi presenti sulla costa, anche l’antico borgo di Ceriale ha una serie di storie interessanti riguardo il mare. Le storie e i personaggi che caratterizzano l’epoca d’oro della navigazione, per quanto riguarda questa cittadina parlano anche dei temibili pirati algerini che hanno devastato la città. Questa e altre storie cerialesi cono ben rappresentate nel libro “L’epoca eroica della vela – capitani e bastimenti di Genova e della Riviera di ponente nel secolo XIX” scritto da Gio. Bono Ferrari, 1941 Rapallo – Arti Grafiche Tigullio. Proprio da questo prezioso tomo sono tratti i seguenti passaggi.

Le storie marinare di Ceriale

La piccola ma bella Ceriale, la Placa dal dorato e così fine olio d’oliva, degli agrumi e del vinello ambrato ebbe anch’ essa in un giorno ormai lontano e proprio ai tempi in cui il borgo aveva molti uomini mare, la terribile zannata dei corsari algerini spadroneggianti allora nel basso Mediterraneo Fu precisamente nella notte del 2 luglio 1637 quando il borgo non contava che 500 abitanti.

I pirati, sbarcati il numero stragrande, incendiarono la parrocchiale, saccheggiarono le case, distrussero le barche alla fonda e portarono prigionieri ben 320 persone. La leggenda locale dice anche che numerosi furono i trucidati e che gli scampati, fatti schiavi , furono in seguito riscattati, parte dal governo di Genova, e parte con denari ricavati vendendo quei beni boschivi e prativi che gli antichi rivieraschi chiamavano comunaglie .

Ma la leggenda aggiunge che non tutti i 320 prigionieri poterono ritornare alle proprie terre. Le belle, slanciate e brune fanciulle della marina non ritornarono mai più dai misteriosi paesi dell’oriente musulmano.

La piccola Ceriale visse sempre all’ombra dell’economia di Albenga, ma i suoi uomini di mare, non numeri, diedero invece la loro opera a quei di Loano e di Alassio, navigando sui bastimenti delle due cittadine del ponente. Fino all’avvento della ferrovia litoranea vi furono anche dei padroni di feluche e di tartane per il traffico costiero. E precisamente fino a che non vi fu la strada ferrata, il cui avvento segnò, e ciò parrà un paradosso, la vera rovina per tanti piccoli e modesti navigatori ponentini, molti velieri approdavano continuamente alla marina di Ceriale per caricare le rinomate pietre da molino che si ricavavano da una cava del contado.

E che erano tanto buone e ricercate da venire esportate anche in Francia ed agli approdi spagnuoli.
I piccoli bastimenti da cabotaggio esportavano inoltre dal Ceriale agrumi, canapa in forte quantità, fagioli secchi e cereali vari e una tipica razza di piccoli muli che erano ben pagati sui mercati costieri di Francia. A Marsiglia poi le tartane di Ceriale portavano degli interi carichi di squisiti poponi, che nella plaga cerialese venivano coltivati in forte quantità.
Altro prodotto che si esportava era l’olio di oliva, che sui mercati di Liguria godeva rinomanza.

Alcuni bastimenti da cabotaggio usavano caricare frutta e verdura che andavano a vendere sugli approdi di Sardegna. Quando tutto il carico era smaltito, questi velieri caricavano il minerale di “vena” che sbarcato sulla spiaggia del Ceriale veniva convogliato in Val Varatella per continuare, oltre il Giovo, nell’alta Bormida, nei martinetti e nelle ferriere del signor Pietro Olivieri di Loano che a quei tempi era, in quella plaga, una vera potenza. (Anche i cotri di Borghetto S. Spirito si dedicavano al trasporto della “vena” dalla Sardegna.

Caduta la navigazione a vela quei di Ceriale si dedicarono ancor più all’agricoltura razionale. E di una pianura allora non troppo salubre, perché destinata soltanto a folti canneti, a saliceti ed alla coltivazione della canapa, ne fecero una stupenda plaga coltivata a pescheti, carciofaie e verdura e frutta d’ogni genere, senza contare le coltivazioni dei pomodori che in un primo tempo furono esportati in forte quantità alle Americhe conservati in appositi scatolami. E ad oggi dunque in quella plaga bella, ricca di frutta e di fiori e priva oramai di navigatori, le vecchie notizie si vanno perdendo a poco a poco. Interrogando i pochi superstiti ed i vari anziani abbiamo potuto racimolare quanto segue:

  • PAOLINA: Tartana della quale era armatrice l’antica famiglia dei Merlo, detti i “Michelotti”. Fu comandata per molti anni dal Capitano Francesco Merlo, che era decorato di medaglia d’argento al valore per un atto di stupenda audacia compiuto durante l’assedio di Gaeta. Faceva regolari traffici tra Genova, Nizza e Mentone.
  • BARCO NUOVO: Tartana di proprietà di vari caratisti di Ceriale. Faceva i traffici Genova, Livorno, Nizza, Marsiglia al comando del Cap. Bernardo Fasiani.
  • LA CAPRA: Cotre – Armatore Salvatore Laura. Era comandato dal figlio dell’armatore, il Cap. Pietrino Lanza per i traffici Livorno, Sardegna, Ischia. Più tardi fu trasformato in scuna e viaggiò ancora sotto il nuovo nome di “LASCIA DIRE”
  • SAN MICHELE: Cotre- Armatore Cap. Ferrando Lanza, che lo comandava di persona per i traffici Genova, Livorno, Tolone, Marsiglia. Anni dopo, verso il 1887, fu venduto ad un armatore di Savona che lo armò a goletta.
  • SAN FRANCESCO: Barca – Armatore Francesco Poggi. Fu comandata per tanti anni dal Cap. Pietro Molle di Loano, ricordato nel ceto marinaro come il “Peo Binello” Questo Cap. Molle era un vecchio e profondo conoscitore di tutti i fondali di Liguria. A tal segno che l’Ammiraglio Magnaghi lo volle con se quale pilota quando faceva i sondaggi per disegnare la carta idrografica delle nostre coste. Carta che ancor oggi fa testo, quantunque siano passati tanti anni.

Un Cap. Ferrando Berardi, nativo del Ceriale, fu per molti anni al comando di velieri del casato Bresciano di Borghetto Santo Spirito. In paese si dice che una volta, in condizioni di mare e di tempo difficilissime, salvasse nobilmente cinque poveri naufraghi di una goletta francese affondata al largo di Mentone.

Share This