Le storie marinare di Loano sono un patrimonio storico importante per la città. A conferma di ciò, vi è un locale adibito da museo e gestito grazie alla cura e alla passione dell’Associazione Culturale Lodenum. La raccolta include oggetti d’epoca, come strumenti per la pesca e la navigazione, parti d’imbarcazioni e attrezzi legati alla costruzione e alla manutenzione dei natanti. Si tratta di un vero e proprio gioiello della storia rivierasca, tra l’altro visitabile gratuitamente presso il Palazzo Kursaal, in Corso Roma, numero 11.

Le storie marinare di Loano

Un contributo piuttosto consistente in tal senso, viene anche dato dal libro  “L’epoca eroica della vela – capitani e bastimenti di Genova e della Riviera di ponente nel secolo XIX” scritto da Gio. Bono Ferrari, 1941 Rapallo – Arti Grafiche Tigullio, già citato sul nostro sito. Riguardo a Loano e dintorni infatti, questo prezioso testo è tutt’altro che avaro di informazioni e curiosità.

Rovistando fra le frammentarie notizie storiche della vecchia Loano si rimane veramente sorpresi dei tanti fatti e avvenimenti, molti dei quali marinareschi; accaduti nella bella e gentile cittadina del Ponente.

Fosche memorie feudali di possenti uomini d’arme; ricordi marinari di un Ascanio Andora da Loano, capo nocchiero sui galeoni del Re di Portogallo. Gesta e osamenti del casato dei vecchi Doria che a Loano lasciarono palazzi, chiesa, castello e quella gloriosa Zecca dalla quale uscirono rare monete d’oro e rarissime medaglie commemorative. Ricordi dei Vescovi di Albenga e di quell’altro Doria vincitore dei Pisani. Notizie di incursioni piratesche e ghignanti visi dei corsari di Draghutte e di Er-Eddhin, ai quali i loanesi fecero mordere la polvere. Memorie delle galeazze e delle fuste della gloriosa Repubblica Genovese equipaggiate e comandate da gente di Loano. Pinchi e e veloci saettie loanesi che già da antica data se ne andavano a mercantare sugli scali di Provenza e di Catalogna. Vecchi sciabecchi dalla prua e dalla velatura ardimentosa, che sul finire del 1700 presero parte alla guerra di corsa contro i legni inglesi. E al disopra di tutti questi ricordi marinari le memorie ancora vive e palpitanti dei tanti marinai loanesi veleggianti tutti i mari…

La Loano marinara e antica, quella dell’epoca eroica della vela, quella che i numerosi ospiti estivi non sanno e non conoscono, la si ritrova ancora intatta e nei suoi ricordi e nelle sue glorie, percorrevano piano piano e senza fretta quello che fu l’antico cuore del paese. Vecchie strade ove vissero ed ebbero bottega i mastri velieri, i mastri bossellai, i mastri calafati e gli stoppieri ed i remieri. Spiazzi ed altre stradette ove sostavano i vecchi maestri d’ascia e quelli del cartabono, dopo delle diuturne fatiche sui cantieri.

Ricordi di mare e odor di pece lungo i carruggi orbi… Piccola casa che diede i natali a Maria Rosa Nicoletta Raimondi, madre di Giuseppe Garibaldi, che fra due parentesi del nostro Risorgimento addimostrò di essere anche un audace Capitano di mare, comandando nel Pacifico la “Carmen” dei De-Negri e nel nord America il grande bastimento camogliese “Commonwealth”.

Antichi ricordi di mare persino in quella tetra torre pentagonale ove morì un giorno, si dice strangolato, il poeta loanese Antonio Ricciardi. Non lontano da questo antico e tragico ricordo di sangue, una luce purissima: quella che idealmente emana dalla casa che ospitò la mite e buona Santa Caterina, soave fiore dell’iroso e tremendo casato dei Fieschi.
Più in giù una piccola chiesa da marinai: Madonna del Loreto, quella della storica campana dei tempi di Massena. Poscia una grande chiesa: Sant’Agostino. Più che chiesa cattedrale. Sontuosità di colossali colonne di lumachella di Verzi e ricchezza di capolavori pittorici. Pale d’altare del Canaletto, del Brandimarte, del Paggi e del Luca Cambiaso. Pregevoli opere d’arte dovute in parte ai Doria. Ma in maggior parte ancora alle once d’oro, agli zecchini e ai ducatoni offerti alla chiesa dai marinai loanesi, quando ritornavano a salvamento dalle campagne di Provenza e di Portogallo.

Sempre ricordi marinai emananti dalle due vecchie e sempre battagliere Confraternite chiamate, chissà mai perchè, dei “Babolli” e delle “Petalle”. O dalle vecchie quattro mura dell’antico Oratorio di San Zane e dei Santi Cosma e Damiano.
E ancora odor di pece e di catrame in quelle stradette e in quei fondachi ove all’epoca della vela il vecchio mastro Mozzino Zaccaria aveva, sempre accese, le sue tante forge, attorno alle quali faticavano e operavano Giuseppe Scisioa, Giumin Del Peio, il Martino, veri maestri dell’incudine, sulle quali forgiavano, a ferro rovente, le migliaia di chiavarde per connettere i “cruammi” dei bastimenti. E pastecche, paranchi e bosselli per le manovre, mirabili lavori di eleganza, estetica e precisione. Tanto che gli inglesi stessi ne facevano ricerca, stentando altre sì a credere che quegli ordigni fossero tirati a martello e non fusi meglio detto colati al crogiolo.

Una nave inglese, quando li poteva ottenere, si vantava dei paranchi e dei bosselli costruiti a Loano. Ricordiamolo. Ma gli inglesi acquistavano anche dell’altro a Loano. In una vecchia strada stridevano le ruote e i complicati congegni della “Fiadua” di maestro Giambattista Baral. Patriarcale emporio di cordami, rinomato per la onesta e gigantesca struttura dei patarassi e dei patarassini e delle gomene che non avevano eguali e formavano quelle impareggiabili attrezzature che la Grecia, l’Austria e la Francia ci compravano e ci invidiavano. E che gli inglesi erano felici di acquistare per i loro bastimenti di ponte alto.
Ecco il piccolo carruggio chiamato del Monte, con i suoi tanti fondachi, freschi e un po’ oscuri, della vecchia Loano.

Quando sul cantiere si preparava il varo di un grande bastimento, in quei fondachi, e sotto lo sguardo buono ma energico di Angelina de Veje, più di ottanta giovani tessitrici preparavano, forse con i cuori stretti e in tumulto, le vele per il barco che si sarebbe portato via, per i mari del mondo, i “galanti” ed i fidanzati. In altri fondachi ancora, oggi cotanto silenziosi, trovavano pane e lavoro altri sessanta e più padri di famiglia addetti alle altre numerose e minute attrezzature navali.

Case e “carruggi” da gente di mare ove la sera, specialmente dopo dell’ora del “Rosario”, che tante famiglie dicevano assise sulle porte di casa, eccheggiava, cantata da tantevosi, la bella e vecchia ode in onore di San’Erasmo, il grande Patrono degli ottocento marinai loanesi. Perché i lupi di mare nativi di Loano, all’epoca eroica della vela, erano ben ottocento.

Sulla spiaggia ferveva il non mai interrotto lavoro dei cantieri navali. Dall’imbarcarizzo del Nimbalto fino alla casa di Biaxio Carrea e fin quasi all’antico bastione della Porta dei Gazzi, il lavoro cantava la sua onesta e quotidiana canzone. Lucenti colpi d’ascia dei maestri carpentieri, tipico rumore delle mazzuole dei calafati e della mazzacubbia dell’atletico “ciavaire”, stridor di carrucole, fuochi sempre accesi per domare i grossi legnami, antenne erette verso l’altoordini rudi e secchi del maestro di squadra e, nello sfondo, sotto un cielo benedetto da Dio, si profilavano gli incompleti scafi di quelli che un giorno sarebbero diventati i bei bastimenti dei navigatori ponentini.

Cosi’ era la Loano delle vele. Quella dei tanti osamenti sui mari.

Fu dopo la caduta di Napoleone che a Loano sorsero i cantieri. (Prima si era costruito, è vero, ma si trattava di bovi e di qualche pinco). Due bravi e onestissimi capimastri ne furono i fondatori. Maestro Matteo Amico e maestro Nicolò Cerruti.
Entrambi avevano trascorso parte della loro vita lavorando nell’arsenale di Tolone.

Caduto il grande italiano, ritornarono in Patria e gettarono le basi dei cantieri navali. Maestro Matteo aveva un figlio, Giuseppe, che fu a sua volta un egregio costruttore. Da questi due cantieri, che andavano a gara a chi meglio costruiva e che non avevano nulla da invidiare a quelli già rinomati di Sestri, Voltri e Varazze. Scesero in mare i cento e più bastimenti che resero rinomata la Loano del secolo XIX.

Giuseppe Amico ebbe due figli, Bernardo e Onorato, che continuarono l’onesta industria creata dal padre. Il quarto virgulto di questo buon ceppo di costruttori fu Luigi, figlio di maestro Bernardo. Egli lavorò al Regio Arsenale di Spezia, ove fu tenuto in alta considerazione per le geniali ed ardimentose sue concezioni navali.

Affiancati ai costruttori vissero nella Loano del secolo XIX i buoni scultori in legno, veri artisti del genere. Erano quelli che scolpivano le belle polene di prora, vere statue che sovente riproducevano le sembianze di qualche donna del casato dell’armatore. Di questi scultori ornatisti ve ne furono dei veramente reputati e che mandarono loro polene ai cantieri esteri. Meritano essere ricordati: Perasso Domenico e il figlio suo Maurilio Michelangelo, Andrea Adani ed un terzo detto il “Graffigna Santi”, Luigi Agnese e Giacomo Vaccarezza, quest’ultimo rinomato per i bei rabeschi che sapeva incidere a poppa, sotto il nome della nave.

Ne vanno dimenticati gli abili stipettai che con legni fini di mogano, noce e teack abbellivano gli alloggi dello stato maggiore. Tutti erano di Loano o dei dintorni. Una bella caratteristica dei due cantieri cittadini fu proprio questa: che tutti gli artieri necessari per la costruzione di un grosso bastimento erano nativi di Loano, salvo i quattro canepini che erano venuti da Vercelli e da Carmagnola.

Durante l’epoca aurea della vela, dal finire della campagna di Crimea fino al 1875 circa, si calcola che dai cantieri scendessero in mare ogni anno ben cinque bastimenti di grossa portata. Si costruivano inoltre, specialmente per armatori di Sardegna, delle golette, tartane, bovi e delle piccole scune assai apprezzate. Poi, poi il vapore vinse la vela ed i cantieri dovettero accontentarsi di costruire qualche goletta ed altri piccoli scafi di cabotaggio. I vecchi ed audaci Capitani di Loano, quelli che all’epoca eroica della vela erano quasi centocinquanta, si avviarono verso il meritato riposo, al tempo che i giovani balzavano al comando dei primi vapori mercantili. Ma la gioventù, quella che venne dopo e che avrebbe ancora potuto dare una stupenda marineria ai piroscafi, preferì rivolgere le sue migliori energie alla cultura dei campi e delle fasce, trasformando così, con caparbia e tenace fatica, tante terre aride ed ingrate in feraci aiuole, in frutteti ed in giardini incantevoli. E così la Loano marinara, ricca di ricordi e di fasti che sapevano di avventure eroiche, di caparbie e belle intraprendenze armatoriali, di naufragi e di ardimenti, si trasformò in un meraviglioso lembo di Liguria pieno di fiori, di palme e di oleandri.

BASTIMENTI DI LOANO DAL 1800 AL 1830

  • PORT-VENDRES – Pinco – Era comandato dal suo armatore
  • IL RICORDO – bombarda – Verso il 1816 faceva i viaggi di Spagna al comando del Cap. Gio Batta Lauteri, quello stesso che comandando una penicia equipaggiata da liguri aveva preso parte alla battaglia di Trafalgar, ove rimase ferito.
  • RIDELLO – Pinco – Armatore Padron Rocca Giuseppe.
  • SANT’AGOSTINO – Polacca – Armatori Fratelli Isnardi.
  • SAN ANTIOCO – Pinco – Armatore Padron Accame.
  • NIMBALTO – Pinco – Armatore Padron Giretto.
  • NUNZIATA – Barca – Armatore Padron Lavagna
  • SAINT-FRANCOIS – Pinco – Armatore Padron Molle Binello
  • LA CATTARINA – Feluca – Armatore Padron Craviotto.
  • SANT’AGOSTINO – Pinco – Armatore Padron Bertora.
  • AMICIZIA – Feluca – Armatore Padron Pendola.
  • IL NEGRO – Sciabecco – Armatore Padron Isnardi.
  • IL VALLARINO – Navicello – Armatore Padron Vallarino.
  • IL FRANCESCO – Nave – Armatore Padron Cap. Gio. Batta Rocca.
  • L’AZOFF – Nave – Armatore Padron Cap. Gio. Batta Rocca
  • BASTIMENTI DI LOANO DAL 1830 AL 1840
  • DANUBIO – Brick – Armatore Cap. Chiozza.
  • REVANCH – Brick – Armatore Cap. Isnardi.
  • GUMIA – Scuna – Armatore Cap. Carrara.
  • MARIA – Bombarda – Armatore Cap. Marengo.
  • S. BERNARDO- Brick – Armatore Cap. Chiozza.
  • C.CATERINA – Brick – Armatore Cap. Patrone.
  • SAN GIUSEPPE – Brigantino – Armatore Cap. Gio. Batta Rocca. Nell’inverno del 1837, al comando di Cap. Lavagna, salvava al largo di Capo Spartivento l’equipaggio del navicello trapanese “Santa Rosalia”.
  • SANT’AGOSTINO – Era di Padron Isnardi. Vi navigò, quale marinaio, un Vallego di Loano che anni dopo, ufficiale su un bastimento armato in guerra dalle autorità di Montevideo e posto al comando di Giuseppe Garibaldi, veniva ucciso in uno scontro navale sull’Entre Rios.
  • LE ROY – Nave del Cap. Gio. Batta Rocca – Nel 1840 questo bastimento era considerato il legno mercantile di maggior tonnellaggio di tutta la marina Sarda.

BASTIMENTI DI LOANO DAL 1840 AL 1900

Primi a dare una vigorosa spinta all’armamento loanese furono i cinque figli del Cap. Gio. Batta Rocca e cioè: Cap. Giuseppe, Andrea, Pellegro, Giacomo e Francesco, i quali, seguendo le belle tradizioni paterne, di gran lunga le sorpassarono perché i fratelli, bell’esempio di fraternale alleanza, avevano scelto ed accettato a loro guida il fratello maggiore Cap. Giuseppe, uomo di mente quadrata e di giudizio sereno, capace di risolvere in un batter d’occhio le più gravi e intricate situazioni armatoriali.

Nel 1840 il casato contava già, a detta dei vecchi navigatori, oltre trenta navi addette tutte ai traffici del grano in Mar Nero. Dal 1840 al 1850 i vari fratelli aprirono all’estero case di commercio che in pochi anni diventarono fiorenti ed i Rocca, si può dire, furono gli arbitri – almeno dei più importanti arbitri – delle contrattazioni all’ingrosso del grano e dell’olio d’oliva in Italia, Francia, Spagna, Austria e Russia. A Barcellona, Marsiglia, Genova, Napoli, Gioia Tauro, Palermo, Odessa, Sulinà, Berdiansck e Taganrog avevano case e fondachi per l’appoggio e il carico dei navigli propri. E la bella bandiera azzurra, la Sarda, sventolava per i mari accanto al bianco guidone sul quale erano ricamate in seta le vecchie iniziali del genitore: “G. B. R.”

Fu a quei tempi che tanti loanesi, incoraggiati dai Rocca, si stabilirono nei porti del Mar Nero. Ancor oggi a Odessa, Berdiansck, Kerck e Taganrog si può udire, accanto alla parlata dei camogliesi, il bel parlare tipico e gentile dei discendenti dei loanesi del 1840.

L’esempio dato da così nobile e intraprendente casato valse ad invogliare i migliori navigatori di Loano. Fu così che i Patrone, i Marchesani, gli Accame, i Chiozza, gli Isnardi, i De Giovanni, i Carrara, i Marengo, i Coxe e tanti altri migliorarono i propri barchi, vendettero certi vecchi brigantini e ordinarono ai cantieri navi di più grossa portata. I cantieri di Varazze, Sestri e Voltri vararono dei buoni bastimenti per questi armatori. Ma i più se li seppero costruire – con un lodevole spirito di campanile – proprio sulla spiaggia di Loano, nei cantieri di due capaci costruttori navali: Amico e Cerruti. Si dice che furono più di cento le belle navi scese da quei cantieri. Noi, lo confessiamo, non siamo riusciti a rintracciarle tutte. Come non riuscimmo a rintracciare le quaranta e più che componevano la flotta dei fratelli Rocca. Altri verranno, più fortunati di noi.

E così Loano, la cittadina dai tanti ricordi marinari, la culla di uomini d’arme, d’artisti e di poeti, la patria di due purissimi eroi dell’aria, medaglie d’oro: Giuseppe Garassini Garbarino e Silvio Antonino Amico, avrà, completa, la bella raccolta della sua flotta mercantile. Di quella dell’epoca eroica della vela.

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